Saxonia 2



 

Scheda del prodotto


Costruttore: Saxonia
Categoria: Calcolatrice meccanica
Luogo d'origine: Glashutter, Germania
Anno produzione: 1901
Catalogato nel: 2025


Descrizione

L'industria delle macchine calcolatrici meccaniche del 1800 fu dominata dal design del cilindro di Leibniz (o Stepped Reckoner), un meccanismo inventato intorno al 1672 dal famoso filosofo, matematico e scienziato tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646–1716). Questo principio meccanico, che permetteva di eseguire tutte e quattro le operazioni aritmetiche, era un’evoluzione della pascalina del 1652 del francese Blaise Pascal (matematico, fisico, filosofo e teologo francese), che invece permetteva di fare solo somme e sottrazioni. Sostanzialmente nel cilindro di Leibniz il numero immesso può essere memorizzato, consentendo quindi di effettuare somme e sottrazioni ripetute, che sono i principi base della moltiplicazione e della divisione.
Leibniz costruì solamente tre prototipi del suo apparecchio, dei quali uno solo, dopo varie vicissitudini, è custodito in un museo ad Hannover, in Germania. A dire la verità né Pascal né Leibniz produssero con le loro mani gli apparecchi, appoggiandosi sempre ad abili artigiani ed esperti orologiai.
L'Aritmometro, inventato dal francese Charles Xavier Thomas de Colmar nel 1820, fu il primo calcolatore digitale meccanico a raggiungere un successo commerciale duraturo e la stabilità necessaria per l'uso quotidiano in ufficio. Era basato su una ingegnerizzazione del cilindro di Leibniz, e l’inserimento dei dati avveniva attraverso lo spostamento di tanti cursori.
La produzione industriale dell’aritmometro iniziò però solo nel 1851; scaltro imprenditore ed impegnato in vari settori, Thomas de Colmar non azzardò l’apertura di un’azienda specializzata finché non fu sicuro della fattibilità industriale e commerciale del suo macchinario. Prima di lui vari inventori (Maurel e Jayet, Schwilgué, Roth) non avevano riscosso il successo meritato, a causa della complessità dei loro apparecchi, della scarsità dei fondi a disposizione o semplicemente della scarsa richiesta di apparecchi del genere, destinati inizialmente ad un’utenza di elite. Preferì quindi apportare tutta una serie di perfezionamenti prima di aprire la sua azienda, segnando l'inizio dell'industria dei calcolatori meccanici. Lo stesso Thomas de Colmar stimò d’aver investito una cifra considerevole, stimata in 300.000 franchi, per perfezionare la sua invenzione nell'arco dei trent'anni tra l’invenzione e l’inizio della produzione.
Nello stesso periodo, sempre in Francia, si diffondeva l’utilizzo dei telai Jacquard, inaugurando l’era dell'automazione dell'industria tessile: nel nascente settore del trattamento meccanico delle informazioni, la Francia non aveva nulla da invidiare all'Inghilterra industriale.
Fino al 1890, l'Aritmometro rimase l'unica macchina di questo tipo in produzione commerciale a livello globale, vendendo circa 5.500 esemplari tra il 1851 e il 1915. Questi numeri apparentemente bassi non devono stupire: l’apparecchio era piuttosto complesso e le macchine utensili a disposizione per la lavorazione dei materiali erano ancora piuttosto primitive, in genere non si superavano 100 pezzi all’anno. Il dispositivo, noto per la sua robustezza e precisione, utilizzava un carrello mobile per i registri dei risultati e delle operazioni.
Tuttavia, verso la fine del 1800, il primato francese fu messo in discussione dalla crescente concorrenza, in particolare in Inghilterra e Germania. Già nel 1878, Arthur Burkhardt fondò la prima fabbrica tedesca di calcolatrici a Glashütte, in Sassonia, producendo cloni dell'Aritmometro (i brevetti di base di Thomas de Colmar erano oramai scaduti). Una ventina furono le aziende europee che seguirono lo stesso esempio.
La macchina calcolatrice Saxonia nacque direttamente da questa competizione e dalla tradizione della meccanica di precisione di Glashütte. La “Rechenmaschinen-Fabrik Saxonia di Schumann & Cie.” fu fondata nel 1895 da tre ex meccanici della fabbrica Burkhardt: Ernst Eduard Zeibig, Friedrich Eugin Straßberger e Josef Schumann.
Il modello originale Saxonia del 1895 era, come prevedibile, molto simile all'Aritmometro Burkhardt e utilizzava anch’essa il principio del tamburo di Leibniz. Nonostante fosse una concorrente del vicino Burkhardt, la Saxonia cercò costantemente di innovare, introducendo miglioramenti richiesti dagli utenti. Per esempio, la nostra Saxonia 2, prodotta a partire dal 1901, offriva un nuovo meccanismo di cancellazione istantanea dei totali. Manca invece il comodo azzeramento rapido dei cursori d’impostazione, introdotto di lì a poco.
Tra il 1895 ed il 1914 la Saxonia ottenne un notevole successo, producendo e vendendo oltre 12.000 macchine, ma non superando mai, con una ventina di dipendenti, una modesta realtà industriale, come d’altra parte tutte le aziende concorrenti. La Saxonia veniva venduta negli Stati Uniti da un suo rappresentante a Filadelfia, così come in Russia ed in Inghilterra. Ogni macchina aveva una garanzia di ben tre anni.
Nel 1920, a causa della crescente concorrenza e della necessità di ridurre i costi di produzione, la fabbrica Saxonia si fuse con la Burkhardt Arithmometer e la Mühle & Sohn, formando la Vereinigte Glashütter Rechenmaschinen-Fabriken. Pur mantenendo i rispettivi marchi, le tre aziende arricchirono la produzione di nuovi modelli e nel 1926 i cursori di impostazione furono sostituiti da una tastiera completa, caratteristica che migliorava l'efficacia soprattutto nelle addizioni.
Nonostante gli sforzi e le modernizzazioni, l'industria sassone del calcolo meccanico chiuse i battenti nel 1929, schiacciata dai debiti e dalla maggiore efficienza di nuove calcolatrici, apparse già da inizio novecento: le americane Comptometer e Burroughs a tastiera estesa, ma soprattutto quelle basate sulla ruota di Odhner (come la russa Odhner e la tedesca Brunsviga), più robuste e compatte sebbene sempre basate sull’inserimento di dati attraverso cursori. Una in particolare, la statunitense National Cash Register (NCR), si contraddistinse per un’aggressiva politica commerciale e per pratiche aziendali disoneste, come produrre segretamente copie difettose coi marchi dei concorrenti per screditarli agli occhi della clientela.
Abbiamo acquistato la nostra Saxonia 2 negli Stati Uniti: essendo stata prodotta in Germania nel 1901, ha dovuto attraversare per ben due volte l’oceano per poter essere esposta nel nostro Museo!
Le pubblicità dell’epoca la descrivevano “della grandezza di una piccola valigia, si trasporta abbastanza facilmente e occupa solo metà di un tavolo”. In realtà la valigia è molto allungata, scomoda e pesante (10 kg), ed occupare metà di una scrivania significa tanto ingombro!
La macchina vera e propria, costruita essenzialmente d’ottone, è racchiusa in un mobile di legno di media qualità, con un coperchio che la preserva dalla polvere durante i periodi d’inutilizzo. Sotto è presente una parte scorrevole a finestra, che si può aprire sia per ispezionare i fantastici cilindri di Leibniz, sia per le necessarie (si presume) operazioni periodiche di lubrificazione. È presente anche una nicchia superiore, protetta da uno sportellino (mancante nella nostra macchina) in ardesia. Anche qui s’immagina che l’ardesia potesse servire ad annotare con un gessetto dei risultati intermedi, e la nicchia utile per conservare i gessetti, la chiave di chiusura del mobile, i cilindretti d’ottone utili per indicare le virgole ed i separatori di migliaia, che nel nostro caso sono andati dispersi nella lunga vita del macchinario.
Il nostro modello è ad 8 cursori, 9 indicatori di rotazione e 16 totalizzatori; all’epoca era il modello intermedio, essendo prodotti anche modelli a 10, 12 e 20 cifre. Veniva venduta nel 1853 a 250, 300 e 500 franchi francesi rispettivamente nelle versioni a 10, 12 e 16 cifre. 300 franchi corrispondevano all’epoca ad oltre 3 mesi di stipendio di un operaio.


Restauro

Il restauro è stato lungo, ma non complesso. La macchina aveva preso delle belle botte nel viaggio dagli USA all’Italia, anche a causa dell’imballaggio inadeguato del venditore. L’involucro di legno era praticamente distrutto, il meccanismo interno del peso di 8 Kg si era comportato come una sorta di ariete nei confronti delle pareti, tutte scardinate. Una volta fissati e incollati tutti i pezzi raccolti, ci siamo concentrati sulla finitura del mobile: andava tolta dal legno la patina del tempo, stuccate tutte le riparazioni, solidificata la struttura portante. Alcune parti del legno, meno a vista, erano oltretutto impiallacciate, e come spesso avviene l’impiallacciatura tende a staccarsi col passare degli anni. Ritrovati i colori giusti, un paio di mani di impregnante a cera hanno riportato il legno in uno stato decisamente più accettabile. Anche rifare la chiave non è stata una passeggiata, sembra strano ma trovare vecchie chiavi di armadi da adattare è ormai più difficile di quel che si pensi.






Avevamo grossi timori sulla parte meccanica, dopo così tanti evidenti sballottamenti nel viaggio. Sì, è stato necessario smontarla quasi completamente, perlomeno per pulirla (le cifre dei contatori erano quasi illeggibili) e lubrificarla. Ma nessun danno strutturale “serio”, era rotta solo una molletta d’acciaio dritta (velocemente ricostruita) ed un cilindro aveva difficoltà ad ingranare in determinate operazioni: non vi nascondo che sono bastate due martellate nei punti giusti per farlo tornare perfettamente funzionante. È da qui che abbiamo preso l’abitudine a tirare botte su tutto quello che non funziona?
Per il resto è una macchina eccezionale, che per la tecnologia utilizzata ci riporta direttamente indietro al 1600.


 
 

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